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Senza titolo. Prodotto F

dal 30 mar 2022 al 17 apr 2022
Mostra

Mercoledì 30 marzo, alle ore 18.30, Casa della Memoria inaugura la mostra d’arte contemporanea: SENZA TITOLO. PRODOTTO F di Mustafa Sabbagh.

Con questa mostra, organizzata in occasione della manifestazione Milano Art Week, Casa della Memoria conferma il suo ruolo di spazio pubblico aperto alla città, dedicato alla storia della nostra Repubblica e ai valori ideali e politici sui quali si fonda. Grazie al linguaggio potente ed evocativo dell’arte contemporanea, Casa della Memoria intende così offrire alla cittadinanza spunti e stimoli per una riflessione e per un confronto sui temi della memoria e del presente.

L’opera di Mustafa Sabbagh porta l’osservatore a confrontarsi con immagini fotografiche e video che hanno come soggetto lo spaesamento giovanile, mercificato, sradicato e in fuga.

SENZA TITOLO. PRODOTTO F richiama le 3 F che fanno grande il Made in Italy: Food, Fashion, Furniture. A questi Mustafa Sabbagh affianca la parola Future ovvero il destino a cui abbiamo condannato i nostri fanciulli e le nostre fanciulle.

La curatrice e direttore di Casa della Memoria scrive: “La scelta di un autore e di opere di grande capacità evocativa, nasce dalla volontà di moltiplicare e diversificare occasioni e strategie di ingaggio, per condurre nuovi pubblici ai temi cari a Casa della Memoria e, allo stesso tempo, stimolare il confronto tra le opere d’arte che toccano temi di scottante attualità e l’esperienza storica e memoriale propria della Casa. Nell’ opera Made in Italy il nome di ognuno dei 27 protagonisti è sostituito da un numero di serie e nessuno spazio è dato alla loro identità e al loro vissuto. Un numero di serie che evoca alla memoria di tutti altre atroci azioni di negazione dell’identità.”

Con le sue fotografie e i suoi video, l’artista indaga la condizione degli adolescenti, in bilico tra ingenuità e perdita dell’innocenza, controllo e ribellione. Sospesi “senza titolo” di accesso nel mondo degli adulti si muovono in una realtà estremamente complessa che li vede da una parte prodotto di una società consumistica o persi nell’ oblio di un rave party, dall’ altra naufraghi in balia del mare, alla disperata ricerca di una possibilità di redenzione.

La mostra è un invito ai giovani, affinché non accettino di restare in questa indefinitezza e prendano posizione, per non restare senza titolo sulla loro vita.

Protagonisti dell’opera Made in Italy (2015) oggi nelle collezioni del MAXXI di Roma, sono giovani stanti, potenti nella loro posa statuaria e allo stesso tempo fragili, a torso nudo e con pantaloni fuori taglia. Ogni fanciullo è accompagnato da una didascalia, che ne fornisce il peso, l’altezza, l’origine, trasformandolo in un prodotto potenzialmente vendibile e ‘usabile’.

Alle loro spalle il mare, un confine intangibile eppure reale e drammatico, nel suo segnare il dentro e il fuori, di chi nasce e vive sulle sue sponde e migra tra una e l’altra, da millenni, con sorte alterna e iniqua.

Il video Rave party (2019) mette in relazione due tipi di spaesamento giovanile, imposto dal destino di nascita, fomentato dal contesto vissuto e autoimposto dalla volontà di uscirne. Sullo schermo diviso a metà da una parte assistiamo ai passi incerti di chi mette piede su una spiaggia sconosciuta, tra volti estranei e voci che rimbombano una lingua incomprensibile, dall’ altra ritmi incalzanti, movimenti sussultori e sostanze psicogene generano lo spaesamento di altri giovani in altra fuga.


Rave party, 2019, di Mustafa Sabbagh. O di un’erratica visione errata, di Claudia Attimonelli

«Un nuovo oggetto fa la sua apparizione nel paesaggio immaginario del Rinascimento; ben presto occuperà in esso un posto privilegiato: è la Nave dei folli, strano battello ubriaco che fila lungo i fiumi della Renania e i canali fiamminghi. (…) Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli. (…) E può darsi che queste, che hanno ossessionato l'immaginazione di tutto il primo Rinascimento, siano state delle navi di pellegrinaggio, delle navi altamente simboliche di insensati alla ricerca della loro ragione». 
(Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, 1972)

Rave party, un’opera audiovisiva di Mustafa Sabbagh del 2019, risveglia la rappresentazione inedita della ricomparsa della Nave dei Folli nell’epoca contemporanea. 

Uno schermo diviso a metà offre la visione di due scenari apparentemente in contrasto: a destra un montaggio di scene da repertorio con imbarcazioni e navi, come la Vlora, che da Durazzo approdò a Bari nel 1991 e dove, arrampicati fin sull’albero maestro, si scorgono nel video esseri umani che si sbracciano per emergere dalla massa indistinta di corpi assiepati sotto un sole cocente, fino ad immagini più recenti degli sbarchi di persone assetate e sfinite; a sinistra, una marea di ragazze e ragazzi si dimenano ininterrottamente in pista, dissetandosi di tanto in tanto per idratare il corpo lanciato a grande velocità nella frenesia di inseguire il ritmo incalzante della marcetta gabber, la quale impone alle membra di non arrestarsi mai. 

A unificare le due visioni vi è una traccia audio di hardcore techno assordante, dove, a tratti, emergono voci stridule dal frastuono delle macchine elettroniche. I gesti di chi si agita, le espressioni dei volti, i corpi sudati e ammassati, risultano scomposti e disgregati pur essendo accalcati nella mischia: tanto nelle scene di destra quanto in quelle di sinistra, chi guarda ha accesso, suo malgrado, a una visione oscena e infernale. Una visione che forse dovrebbe restare privata per proteggere l’intimità del momento in cui il soggetto, devastato, esausto – épuisé secondo la lezione di Gilles Deleuze – viene meno, ma che i media hanno da tempo reso pubblica, abituando l’occhio di chi guarda a farsi clinico spettatore indifferente. 

E quanto accade al cospetto della moltiplicazione di proiezioni di Rave party è ciò a cui Mustafa Sabbagh, artista, fotografo, italo-palestinese, ci trascina ad assistere: vorremmo sottrarci alla vista, tapparci le orecchie, uscire, tuttavia, mentre la pupilla scivola da destra a sinistra come in Pong, il videogioco prodotto da Atari nel 1972 dalla grafica semplice in cui una linea fende lo schermo a metà, attendiamo una fine che non si compie, mentre si fa strada e si gonfia in noi il dubbio che l’artista ci ha insinuato: “Ma cosa sto guardando?”

Il mito della Nave dei Folli in epoca rinascimentale spinge Michel Foucault, nella sua Storia della follia nell’età classica (1972), ad individuare un legame semi-reale e semi-immaginario tra lo spazio circoscritto della nave che, durante il tempo della navigazione, imprigiona i suoi passeggeri derelitti per condurli in un altrove indefinito, e l’acqua, quale massa oscura dai valori misteriosi e sacri, foriera di grande incertezza durante la navigazione. 

I passeggeri della nave sono di fatto prigionieri di quel luogo fino all’arrivo delle scialuppe di salvataggio; questa condizione innesca nell’opera di Sabbagh un inevitabile collegamento, sulla base di forme estetiche semi-reali e semi-immaginarie ma affini, con la folla danzante degli insensati: anche la moltitudine del rave si imbarca in un viaggio agli inferi, prigioniera del suo stesso piacere, balla «solidamente incatenata all’infinito». 
Per permetterci di rinvenire nel nostro tempo le matrici tragiche, divine ed estatiche della follia, Mustafa Sabbagh risale all’epoca rinascimentale e alle rappresentazioni che l’hanno illustrata prima di neutralizzarla, separandola dal resto del mondo al fine di consegnarla alla medicina, e lo fa tramite un montaggio ossessivo e meticoloso di immagini contemporanee, sgranate e a bassa risoluzione. Oltre al mito della Nave dei Folli (dipinto da Hieronymus Bosch, da Albrecht Dürer e nell’Ottocento da Théodore Géricault, fino alla rivisitazione di Banksy del 2017), il Rinascimento fu spettatore di un fenomeno sociale di frenesia isterica collettiva, denominato Dancing Plague – la piaga del ballo: nel 1518 decine di persone in stato di trance ballarono per giorni e giorni, alcune cronache parlano di settimane durante le quali una massa, in preda a movimenti spastici, si sfrenò fino allo sfinimento, fino al venire meno della carne (Bataille). Come sembra debba capitare alle figure protagoniste dei due video di Rave party, un corpo unico vacillante e traballante sebbene distinto tra migranti e ravers.

Una delle strategie più potenti messe in atto dalla superficie mai superficiale di uno schermo audiovisivo è quella dello split screen: Sabbagh sceglie lo schermo diviso a metà, dove gli eventi del lato destro sono giustapposti a quelli del lato sinistro e si attiva il paradigma dello slittamento di senso. Se la retina di chi guarda è istintivamente portata ad avviare processi di sintesi dialettica tra un’ipotetica tesi (il ballo sfrenato e indecoroso) e una conseguente antitesi (lo sbarco disperato e periglioso), nel caso di Rave party l’artista ne impedisce il compimento, complice la voluta opacità della grana delle immagini da repertorio da lui selezionate. Qui vige il principio della giustapposizione degli eventi e non della loro sintesi, gli uni accanto agli altri, su di uno stesso supporto – lo schermo, appunto – i due scenari rispettano la propria alterità, restando estranei ai fatti che avvengono reciprocamente oltre la soglia divisiva, il confine, la frontiera. 

Tale stato di sublime alienazione del soggetto, ricorrente nelle opere di Sabbagh, è garanzia della sacralità attribuita alla carne: il giudizio finale è, infatti, assente, non voluto né ricercato, sotto processo non vi sono i corpi lanciati a velocità folle dalla musica gabber e dalle anfetamine, poiché tale danza è essa stessa, nella sua assenza di grazia, espressione di una corpografia disgraziata dei pariah, dei non privilegiati. Condannati a ballare fino a liberare oscure forze di resistenza. Un’opera audiovisiva che s’interroga sulle potenzialità sincretiche delle immagini, investendole di un senso biopolitico (Foucault), transpolitico (Susca, De Kerckhove) e coreopolitico, laddove il ballo, nella cultura rave, è coreografia spastica per un’irraggiungibile velocità ritmica e un’inarrivabile estasi catartica, rinviata di continuo. 

L’approdo felice è quasi impossibile, lo spostamento è tutto.